Burian
[in sottofondo: “Bitter sweet symphony” dei The Verve]
Riversi a terra, nell’odorosa stanza, frammenti di specchi taglienti catturano gli angoli di un tempo vissuto da animali tra animali. Questo sono diventati adesso, asciutti ed inesauditi, un uomo e una donna. La forma primordiale.
Lei è una Dea, lui è nulla essendo solo carne ed ossa. Nasce dal dolore e dagli occhi profondi, su d’un giaciglio di stelle, digiuno d’ogni esperienza, sincero, capace di donare forma ad ogni singola parola, lapidando il suono: il poeta.
La Musa: lei è già di per sé un miracolo e non va toccata, “il più villano tra i sensi il tatto” (Cit.), è stato abbandonato da tempo in una steppa arida e ghiacciata frustata dal vento.
La loro pazzia è stata quella di riconoscersi, tutto qui, come il pittore che dipinge la ninfea e la sente amata, ne dipinge ricordi. Poveri e amanti, liberi e potenti, asociali, emarginati e cosmici.
Non si può dare un prezzo all’amore, si può al massimo valutare il tempo. Inestimabile quello che per gioco può essere trascorso da due esseri uniti dal nulla, consapevoli solo della propria reciproca scoperta.
“Non la toccare” questo pensiero combatteva nella mente del poeta, contro il sanguigno desiderio di amarla e da questa terribile battaglia nasceva Lei: unica, pura, surreale.
La Musa cercata con fatica per mezzo secolo. Compariva per magia come il sole “all’alba sul mare dalle dita rosate” (Cit.).
Sorgeva impetuosa, raccoglieva pazientemente i coriandoli bagnati in terra e costruiva l’immagine del suo poeta.









